Lost Weekend

Un fine settimana fuori città. Un’occasione per ritrovare la pace, o forse se stessi.

Pedro e Yuri sono pronti a godersi la breve gita, pervasi da questo stato d’animo, ma fin dall’inizio incontrano persone dall’atteggiamento ambiguo e finiscono per trovarsi in situazioni insolite, o addirittura inquietanti. In bilico tra il fascino e la follia.

Sprofondano poco a poco in una dimensione surreale, che li avvicina loro malgrado alla realtà più cruda che loro stessi potessero immaginare.

La versione inglese è in attesa di un partner editoriale.

La ninfa muoveva i muscoli della gola, la carotide, la mascella. Scaldava le membra, preparando la propria prestazione. La musica si raggrumava ai suoi piedi, e saliva piano, allineandosi nella trama prevista. Si ergeva aggrappata alla struttura di lei, si gonfiava come l’attacco di una sinfonia, e perfezionava la dimora in cui il suo canto avrebbe preso vita.

Una voce splendente, cristallina e densa, prese a gorgheggiare. Non una parola del suo canto era comprensibile. Era una lingua sconosciuta, mai sentita. Gutturale e liquida, a tratti, secca nelle declamazioni imponenti di un’emozione al proprio acme.

I ragazzi furono presi da un brivido, mentre il canto magico li catturava completamente. Sentirono i peli rizzarsi, e qualche lacrima bruciante spuntare dagli occhi. Fermarsi incerta, e lì rimanere. Bagnando le palpebre.

Era l’espressione di una dea. I toni che si avvolgevano e si dipanavano in maniera perfetta. Il capo sembrava staccarsi, e librarsi, sospeso su una laringe dotata di vita propria. Essa era libera di muoversi, e danzare. Tutto il corpo godeva di questa libertà, e le singole parti insieme davano vita a una forza aggregatrice incredibile.

I suoi capelli, lucidi e bagnati, si stiravano indietro, mentre la figura intera, dal tronco a salire, vibrava vivacemente. Ciascuna delle sue membra si agitava, esaltando e celebrando la propria autonomia. Le singole parti del corpo orbitavano nel loro universo di appartenenza, imprimendo alle rispettive rotazioni influssi del tutto peculiari.

E così, come in un dipinto surrealista, all’interno di una delirante realtà di Salvador Dalì, dominava la scomposizione, l’esplosione statica delle singole parti, la fluttuazione dei dettagli nella bolla del tutto. Il canto si faceva forza di un corpo scomposto, sezionato, dove ogni porzione era pianeta diverso, che componeva un unico universo.

La laringe si scaldava, si lanciava nella sua interpretazione, e in questo modo dichiarava solennemente la propria supremazia. Esplodeva nella meraviglia di quel canto, moltiplicando i brividi sulla loro pelle.

La Naiade appariva come una roccia porosa, i cui canali, fino a poco prima inondati dalle onde del mare, si stessero asciugando grazie alla brezza. Quella roccia accettava il vento, lasciava spirare l’aria nei pertugi, vere e proprie gallerie, creando tutt’attorno alla ninfa vortici continui e contrastanti. Le correnti discendenti e ascensionali si incontravano, esplodendo in uragani che convogliavano sul petto. Era inevitabile che il diaframma arrivasse a battere come un tamburo, e che la cassa toracica finisse per esplodere. L’eruzione portava a toni altissimi e pacati. Fermi.

Un tono più alto, e poi uno ancora più su. L’ascesa non sembrava avere fine. L’elastico si tendeva, si allungava. Si dilatava e si moltiplicava nell’estensione. Il punto di contatto offriva una solida resistenza, mentre l’origine della trazione premeva sulla tensione. La nota vibrante e viva si arrampicò sulla scala delle voci, e schizzò in aria, portando con sé una pioggia cangiante di sonorità ed emozioni.

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Roberto Fustini