LA CELLULA DORMIENTE

“La bellezza è angelica o demoniaca? Scaturisce dal cielo più alto o dall’abisso più profondo?”

È l’interrogativo che si pongono alcuni tra i personaggi principali di questa storia. La questione che un elegante quanto crudele assassino sembra voler sviscerare, passando dalla riflessione filosofica alla sua concreta applicazione. Non c’è, però, una densità solo estetica nella sua ‘missione’, c’è anche il frutto di una sofferenza. Un dolore che affonda le proprie radici nel passato.

Al centro di tutto questo Ramon è una figura sospesa nel suo essere ‘oltre’, capace di attrarre a sé molti altri individui per come vede e intuisce la vita. Ognuno di loro ha caratteristiche precise e ben marcate, e proprio per questo definisce le vicende, muovendole all’interno di contorni estremi, violenti e passionali. In una specularità tra bene e male che corre frenetica dall’inizio alla fine.

Le nubi nel cielo rotolavano da una parte all’altra, oscurando il tempo, mentre l’umidità gli dava i brividi, ogni volta che svoltava l’angolo di una strada. Quando si trovò ad attraversare il ponte che lo portava dall’altra parte del fiume, si fermò un momento. Gettò solo un veloce sguardo a uno degli imponenti leoni di pietra che sovrastavano i basamenti, posti a destra e a sinistra dell’accesso al ponte. Imboccò il passaggio per pedoni e ciclisti. Quindi si appoggiò al parapetto in ferro, e guardò l’acqua, sotto, che scorreva lenta e torbida.

I flutti grigi si scontravano in piccole creste spumose, lo sciacquio arrivava fino a lui. Voci sinistre di anime dannate che chiamavano, allungavano braccia invisibili per attirare a sé, blandire il debole che rimaneva immobile, ipnotizzato dai loro misteriosi messaggi. Chi, nella fragilità dell’ascoltarli, correva il rischio di cadere nella loro trappola.

Quanti suicidi avevano ammirato quello spettacolo, prima di salire sulla balaustra e spiccare il salto. Quanti avevano ascoltato le impietose parole, liquido vischioso che aveva penetrato le loro orecchie, impregnato le loro mucose fino a infradiciarne il cervello. Quanti si erano lasciati ammaliare dal fascino di quel richiamo. Altrettante volte il viscido appello era suonato come la parola mancante, la scintilla giusta per definire la decisione di gettarsi in quel freddo abbraccio.

Un dettaglio atteso, e poi trovato, per completare l’ossessivo viaggio verso la follia. La spinta giusta per buttarsi verso un destino che solo qualche debole segnale poteva aver fatto presagire, prima di allora.

Cercò di trasferire ciò che in quel momento aveva davanti ai suoi occhi alla visione che doveva presentarsi agli individui oggetto dei propri pensieri. Come gran parte degli spettacoli della natura, lo scenario che offrivano gli elementi aveva un che di sublime. Tanto nella dolcezza dei dettagli quanto nell’asprezza dei tratti, la natura e le sue manifestazioni non mancavano di affascinare lo spettatore, di coinvolgerne i sensi per la loro maestosità, e a volte per il mistero che sottendevano. Un intrinseco effetto della natura, una bellezza che si esprimeva in maniera misteriosa, sempre. Anche quando questo poteva significare la distruzione, il dolore, la morte.

La natura come l’amore. Come si può dire che l’amore non sia sempre bellezza? Come si può dire che da qualsiasi cosa abbia origine, a qualsiasi conseguenza porti, l’amore non sia bellezza? Quando muove i sentimenti umani, li eleva, li scatena davanti pure all’ineluttabile.

Quando però il sentimento di una persona è così disperato da dilaniare la persona stessa all’interno, cosa vede questa davanti a sé?

Il suicida sul ponte guardava il fiume, guardava l’oscurità minacciosa sotto di sé – dentro di sé – l’orrore nel proprio io, e rincorreva la fine di un incubo. Si arrendeva perché non vedeva soluzione alcuna, dopo aver scoperto che nel proprio intimo le strade erano state percorse, ed erano perciò finite. Non aveva alcuna importanza, nel suo caso, se i sentimenti, le emozioni lo avevano fatto sentire vivo. Se quel sentirsi vivo, ora, voleva dire desiderare la morte. Che diventava, suo malgrado, la soluzione.

Ramon posò la cartelletta a terra, mise le mani sui freddi montanti in ferro, che salivano fino alla sommità appuntita delle arcate, e sentì sui palmi la gelida umidità che le ricopriva, come una brina. Rendendole scivolose. Lo sguardo corse su, fino alla punta in cui culminava la scultorea struttura.

Una salita, graduale e lenta, verso l’apice. Era così che funzionavano i sentimenti, le emozioni? O era piuttosto una discesa, di una crescente rapidità, fino a diventare un vorticoso precipitare di ciò che si credeva fino a un attimo prima solido e inattaccabile?

I commenti sono chiusi

Roberto Fustini