(Fenomenologia de) l’abbandono

Che tipo di esperienza è l’abbandono? È lo sradicamento, il vuoto, la solitudine. Dolore e cieca disperazione. Incomprensione e amore. Un nuovo inizio. È cercare di più, oppure sbagliare. È vedere oltre, ma anche guardare dentro se stessi.

Nulla è a senso unico. La nostra sensibilità è l’artefice del nostro destino, o perlomeno è la chiave per decodificarlo.

Sette situazioni possibili, poche in un universo ben più vasto e variegato. E nonostante ciò, al loro interno una quantità esponenziale di sentimenti, di stati d’animo, di esistenze che si intrecciano. Piccoli, luminosi punti nell’infinito.

Dal racconto ‘Il cosmo’:

Abitavo in una bella zona. Finita l’immediata periferia, cominciava la campagna, dolce e un po’ fredda. Ma prima c’era il nostro piccolo quartiere, fatto di giardini, parcheggi, qualche negozio e villette basse e immerse nel verde, che ne facevano una deliziosa area residenziale. La città si era allargata, fino a raggiungere un antico borghetto rurale, le cui costruzioni erano state ristrutturate e riadattate ad altre funzioni.

Qualche ampia strada collegava le palazzine fra loro, ed era rimasto perfino spazio per due comodi marciapiedi, che permettevano agli appassionati del jogging e delle passeggiate di spingersi fino in aperta campagna, dove i camminamenti si trasformavano in sentieri e viottoli ben curati.

Chi abitava in quella zona godeva sempre di un po’ più di serenità rispetto a chi viveva altrove, dal centro cittadino alla provincia. Questo pensavo, allora, e lo pensai finché non cominciai a sentirmi a disagio, solo più tardi, quando dovetti lasciare la casa per diversi motivi. Ma allora stavo bene. Aspettavo che alla mia fidanzata concedessero il trasferimento dal nord Italia, così che potesse venire a vivere con me. Intanto preparavo la nostra casa.

I vicini erano davvero adorabili, più o meno tutti. Forse ero davvero troppo felice, a quel tempo, per vedere le cose chiaramente. Forse solo quando qualcosa dentro di me cominciò ad andare in pezzi, ebbi modo di essere più lucido. E di capire che anche all’esterno c’erano cose che non andavano così bene come avevo pensato fino ad allora.

Ero circondato da un’umanità molto varia. C’erano soprattutto tante famiglie, alcune assai numerose, ma anche tante persone che vivevano da sole, coppie, anziani. Persino un paio di comunità: una casa di accoglienza per donne in difficoltà e un ricovero di riposo per la terza età. Non feci fatica a fare amicizia con il vicinato. D’altra parte le abitazioni erano sistemate in modo che la vita si svolgesse a stretto contatto gli uni con gli altri.

I giardini confinavano sempre con i cortili dei vicini, le recinzioni e gli steccati non erano mai troppo alti o stretti. Inoltre si usava condividere quotidianamente alcuni momenti della giornata.

Quest’atmosfera portava tanti vantaggi, quali il reciproco aiuto, il sostegno, mentre i pur possibili, anzi inevitabili, lati negativi di tale vicinanza non prendevano mai il sopravvento. Può essere che la discrezione e il rispetto fossero diffusi in quella zona mai come in altre, chissà. Fatto sta che sulla destra della mia casa stavano i Bellini. Due impiegati statali di mezz’età, e tre figli fra i 18 e i 25 anni. Occupavano tutto il primo piano della costruzione. Sul lato sinistro, delimitato da una bella siepe di alloro, si apriva il giardino sobrio e ben curato del civico 43. Una simpatica casetta a due piani, divisa in quattro unità abitative. Sulla parte adiacente al mio giardino avevo solo un vicino. Marco stava al pianterreno, mentre il primo piano era vuoto. In attesa di un acquirente.

All’inizio parlavamo parecchio, io e lui. È un tipo simpatico, e ci raccontavamo un sacco di cose, anche private. Si era stabilita una tacita intesa, per cui fra noi potevamo affrontare anche argomenti che col resto del vicinato non venivano toccati. È seguito un periodo, invece, in cui ci scambiavamo i soliti saluti quotidiani, nulla di più.

Anche in quel frangente, io venivo comunque a sapere di quello che faceva, di come stava e via dicendo. Avevo conosciuto la sua amica Giada, nel frattempo, e spesso era con lei che parlavo. Un giorno era arrivata in anticipo a un appuntamento, e dato che pioveva a dirotto, per non farla rimanere chiusa in auto ad aspettarlo, le avevo offerto riparo da me, in veranda.

Pioveva forte, sembrava che a tratti rovesciassero grossi secchi dal cielo. Io le offrii una bibita, e per un po’ rimanemmo in silenzio a sentire la pioggia che scendeva. Un silenzio imbarazzato, ma dopo un poco anche rilassato, mi pareva, per due sconosciuti costretti in uno spazio circoscritto. Poi cominciammo a parlare. Era davvero simpatica, oltre che bella. Lunghi capelli scuri, occhi chiari.

Qualche volta la mia fidanzata fece piccole scene di gelosia, se le raccontavo che avevo visto Giada. Non ero innamorato di lei, solo che parlavamo bene, insieme. E lei mi raccontava di quanto fosse in gamba Marco.

Quindi quando io e Marco, per un po’, non comunicammo molto, ci pensò Giada a tenermi aggiornato. Finito quel periodo, non la vidi più. Mi riavvicinai a Marco, e capii tante cose che prima non mi erano chiare. Ma ormai era tardi, perché stavo facendo i bagagli per trasferirmi.

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Roberto Fustini